La vigilia

Erano state due settimane difficili quelle che John aveva appena affrontato ma si era comportato veramente bene, reggendo la tensione come non gli era mai successo prima e conquistandosi quella finale che sognava da anni.
Mancavano meno di ventiquattr’ore al momento della discesa in campo e John cominciava a sentire la pressione e il nervosismo che era riuscito a superare nei giorni precedenti.
Durante il torneo aveva cominciato a prendere confidenza con l’erba dei campi londinesi ma il pensiero che il giorno successivo ci fosse in palio il titolo, lo tormentava e gli impediva di godersi quelle ore di riposo. L’inattesa notizia che anche i suoi genitori sarebbero stati presenti in tribuna non aveva certo contribuito a diminuire la tensione che lo attanagliava e il giudizio di suo padre lo preoccupava più di quello di migliaia di spettatori.
Per superare quel momento di difficoltà cominciò a pensare ai consigli che il suo maestro gli aveva dato prima di partire per Londra: "Pensa sempre e solo al gioco", "devi essere sempre nel posto giusto al momento giusto", "tieni gli occhi sulla palla".
John era uno dei più giovani tra tutti coloro che erano scesi in campo in quei giorni e aveva dieci anni in meno di alcuni dei tennisti più quotati per la vittoria finale. Loro, però, avevano già fatto le valigie e se n’erano tornati a casa, pronti per partire per qualche altro torneo in giro per il mondo.
Lui, invece, era ancora lì ma non era sicuro di essere pronto ad inseguire una palla da tennis su quel campo centrale che suo padre aveva sempre mitizzato.
Ripassò mentalmente le storie che tante volte gli aveva raccontato: il regno dei fratelli Doherty, gli anni dei moschettieri, i campioni australiani, le cinque vittorie di Borg e il talento ribelle di McEnroe.
Le storie che più l’avevano colpito, però, erano state quelle dei campioni che non erano mai riusciti a dominare l’erba del campo centrale: l’eterna sfida di Rosewall, conclusasi contro la sprezzante gioventù di Connors e l’inutile tenacia di Lendl, che combatteva contro il suo stesso istinto.
Pensò all’indomani, a quando anche lui, come tutti quei campioni, avrebbe dovuto affrontare la Duchessa di Kent alla fine dell’incontro ed immaginò se stesso, immobile ed incapace di proferire parola, davanti a quella donna che aveva condiviso le gioie e i dolori dei più grandi giocatori.
Per scacciare quei pensieri, che gli portavano ancora più preoccupazione per il giorno successivo, decise di andare a dormire prima del solito.
Andò a coricarsi con centoventi anni di tennis nella mente e si addormentò pensando che, tutto sommato, fare il raccattapalle non fosse la cosa più semplice del mondo.

Pubblicato sul Tennis Italiano 5/1998

Firmato Attilio Barbieri, mio nonno materno di 95 anni, che mi ha prestato il nome per farmi vincere ancora una volta dopo il 1997.